La sinistra si fa

Sinistra.
Non c’è bisogno di nominarla.
Non c’è bisogno di definirla.
Non c’è bisogno di delimitarla.

Si fa.
Si fa sperimentando quanto sia difficile e complicato utilizzare strumenti di democrazia diretta in questo Paese.

Inutile invocare la parola “partecipazione” senza fare personalmente i conti con le complicate fasi che si celano dietro ad un referendum.  

Si fa mettendo da parte copertine, personaggi, leader, alleanze e strategie. Contrapponendo ai personalismi volantini ripieni di 4 temi e 8 si.
Si fa organizzando una campagna per qualcosa e non per qualcuno.

Si fa gettando nel cestino il metodo “rottamatore”, quello che invoca un fittizio rinnovamento nei volti a tutti i costi. I banchetti sono stati possibili, soprattutto quelli infrasettimanali, grazie all’inedita accoppiata pensionati/studenti. A dimostrazione che la soluzione non è la rottura, la soluzione è un patto generazionale, dove novità e tradizione si fondono in un cocktail irresistibile.

Si fa dimostrando al Paese che i referendum non sono di Pippo Civati, di Andrea Pertici, o di Luca Pastorino.
Sono della signora che ha preso 3 giorni di ferie per organizzare excel colmi di dati per le certificazioni.
Sono dello studente universitario che ha rinunciato alle sue prime lezioni da matricola, in vista di un’ideale che sente più grande e realizzabile.
Sono dei mariti, delle mogli, dei compagni e delle compagne dei volontari, che in questi mesi hanno accettato di aiutare la propria dolce metà, ricopiando centinaia e centinaia di nomi e indirizzi, tra un sorriso e qualche “vaffa”.  
Sono delle persone che in questo momento non stanno dormendo per ricopiare per 8 volte nomi, cognomi, indirizzi, date di nascita.

C’è chi si è sforzato di realizzare l’impossibile (bello dirlo nel giorno della scomparsa del mito Ingrao) e chi ha preferito limitarsi a teorizzarlo, senza scendere in campo, aspettando con ansia il momento del “ve l’avevo detto, non ci sono alternative”.

Domani sapremo come andrà a finire questa entusiasmante cavalcata.
Ma siamo solo all’inizio. L’esito della conta delle firme non cambierà il nostro modo di far politica d’ora in avanti.

Rimaniamo tra la gente, anche dopo questa campagna.
Basta sedi, basta riunioni tra addetti ai lavori.

Continuiamo con occupazioni di suolo, continuiamo a presidiare la strada, continuiamo con banchetti e momenti di condivisione, organizziamo eventi e incontri, diventiamo assimilatori di lamentele ed elaboratori di soluzioni. Non con questa frequenza, sarebbe disumano e impraticabile, ma con cadenze mensili, ritornando in quei bar e in quelle associazioni che hanno ospitato la nostra raccolta firme, ricontattando quella gente che firma ma non vota.
Insomma non torniamo a fare politica per politici.

Solo cosi torneremo ad essere popolari e riconoscibili.
Solo cosi torneremo ad essere la forza politica che lotta per l’affermazione della sovranità popolare.  
Solo cosi renderemo questa campagna referendaria memorabile.  

Abbiamo dimostrato all’Italia che si può fare politica lontani dalle campagne elettorali, senza chiedere un voto ma mettendo a disposizione uno strumento per tornare a decidere.

Volontariato disinteressato tra il popolo e per il popolo per difendere una precisa idea di Paese.
Questa è stata l’anima della campagna referendaria e questa deve essere la nostra missione da ora in avanti. 

Il popolo si muove solo quando gli ideali si trasformano in un’emozione.

Ecco, per centinaia di migliaia di persone è successo proprio questo.

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